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Quali sono le funzioni di un festival? Il seminario di Prato, nell’ambito di Contemporanea Festival e intitolato La funzione culturale dei festival, sta stimolando una discussione importante, che fin da subito mette a confronto prospettive e esigenze diverse, talvolta legate al territorio dove i festival si tengono, più spesso legate a chi i festival li dirige. Non crediamo sia così determinante soffermarsi sulle proprie esperienze e sulle criticità che ognuno vive (e in cui sopravvive), visto che, in un modo o nell’altro, esse ricadono inevitabilmente nelle valutazioni e nei presupposti che ispirano le rispettive attività. Non che questo debba essere escluso dal dibattito, anzi ne è una parte indiscutibilmente importante, ma il rischio è quello di ritrovarsi a prestare attenzione a chi ha più problemi o a chi ha più potere e di problemi ne ha decisamente meno, a chi ha più debiti o più difficoltà a dialogare con le istituzioni o a chi ha più disponibilità economiche e ciononostante alza di più la voce e così via, magari concedendo meno spazio ad altre cose. […] Forse può essere più interessante valutare il senso artistico di un festival, quello cioè che lo rende un’esperienza diversa rispetto a una stagione teatrale, a una vetrina o a un evento di intrattenimento più o meno culturale. Perché un evento artistico non è un atto di buona fede, è un atto di passione e di ingiustizia assolutamente di parte, senza scrupoli e non per tutti pur essendo rivolto a tutti. E se un festival è un evento artistico (non nel senso che ospita opere d’arte, ma nel senso che è esso stesso opera d’arte), allora darà ragione della sua natura proprio nella complessità della proposta e nel rilancio continuo di questa complessità e di questa passione. L’arte, senza avventurarsi in definizioni, rimane comunque un tentativo di decifrazione del nascosto, un evento segnato dalla dismisura che ricade nel mondo e si prende tutto il rischio di definirne, da un angolo oscuro, il senso. Un festival può avere lo stesso potenziale, può essere altrettanto incisivo proprio perché chiama il pubblico e gli artisti a incontrare cose che normalmente non si incontrano e con cui sarebbe bene fare i conti. Un festival, come ricordava Gerardo Guccini a Prato, è una festa. Ovvero un evento eccezionale animato da forze eversive, contronatura per sua costituzione e in grado di criticizzare, come l’arte sa fare, ogni mansueta certezza, ogni illusione di stabilità. Una festa della conoscenza, come le danze e i cortei del coro tragico da cui tutto ha avuto inizio. Una conoscenza che non dovrebbe esaurirsi nell’arco di poche giornate, ma che dovrebbe ispirare i successivi incontri e il confronto con quei temi che sono alla base di un processo artistico e politico. Forse un modo, non l’unico ovviamente, di stare faccia a faccia con un Paese che non si riconosce più, smarrito, che produce macerie. Provando a evitare che quelle macerie diventino ruderi.


(C. Tafuri, D. Beronio, Prefazione, in Iid. (a cura di), Teatro Akropolis. Testimonianze ricerca azioni, vol. IX, Genova, AkropolisLibri, 2018)

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