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Non c’è più margine per esperimenti poco significativi, non c’è più tempo da dedicare ai tentativi, non ci sì può più nascondere dietro l’alibi di una progettualità a lungo termine. Le responsabilità vanno vissute con coerenza e ostinazione e vanno immediatamente affrontate, a prescindere dal fatto che qualcuno ne finanzi la possibilità. E questo, si badi bene, non significa assolutamente che non si debba lottare per il giusto e doveroso riconoscimento anche economico del proprio lavoro. Questo significa piuttosto che è necessario lottare per l’affermazione del proprio lavoro e in questo modo rendere tanto più evidente la necessità che esso venga sostenuto. Non c’è più tempo per recriminare, per aspettare che qualcosa cambi, per vivere la propria arte riducendola a una rassicurante chiacchierata tra intellettuali o professori. Non c’è neppure più tempo per parlare di crisi. Se l’epoca che stiamo vivendo è decrepita e fiacca, […] siamo chiamati a maggior ragione a essere vitali e spietati. Spietati con noi stessi, pronti cioè a spingere al limite la nostra ricerca e ad argomentarne il senso, dargli una forma, prendere coscienza del fatto che esistono molti modi per comprendere il mondo che ci circonda e tentare di cambiarlo, ma che non è automatico che l’arte sia un modo valido per chiunque. A questo punto si delineano delle forti responsabilità nei confronti di un’arte che prosegue il proprio corso nonostante tutto.
Ma di chi sono queste responsabilità? Degli artisti? Della critica? Degli studiosi? Con tutta evidenza sì. Ma non basta. Queste responsabilità sono anche le responsabilità del pubblico, di chi il teatro non lo fa ma lo segue. Perché una delle cause della miseria del nostro tempo è lo squallore con cui proprio gli artisti hanno rinunciato a considerare tale il pubblico. Troppa considerazione, forse, e sicuramente una eccessiva teorizzazione del ruolo di chi assiste. […] È vero, come spesso si sente dire, che la proposta dei teatri è sempre meno interessante, ma è pur vero che anche il pubblico è sempre meno interessante (e interessato). Un pubblico che è già un’élite, poche migliaia di persone che spesso altro non cercano che un confronto rassicurante con se stessi e frequentano i teatri come i divani dei loro salotti. Se quindi gli artisti, i gruppi, la critica e insomma tutti coloro che a vario titolo partecipano alla vita del teatro sono oggi più che mai chiamati a rendere conto di ciò che fanno, allo stesso modo il pubblico è chiamato a partecipare a questa esperienza in maniera attiva, consapevole, viva. Critica. Critica non solo nei confronti dell’opera che per una sera decide di condividere, ma nei confronti del proprio vissuto, del suo stare nello stesso mondo in cui quell’opera si manifesta.


(C. Tafuri, D. Beronio, Prefazione, in Iid. (a cura di), Teatro Akropolis. Testimonianze ricerca azioni, vol. IV, Genova, AkropolisLibri, 2013)

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