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Fare ricerca non significa solo proporre un lavoro che prende corpo sulla scena. Ragionare in questi termini porta inevitabilmente ad assimilare lo studio e l’approfondimento ad un genere di spettacolo qualsiasi, ad un prodotto da affiancare senza criterio ad altri prodotti, creando così un percorso confuso e dando vita a luoghi privi di vera identità. Non che in questa confusione non sia possibile intercettare lavori importanti, ma tra i problemi più urgenti compaiono la loro collocazione, l’uso diffuso di evitare un confronto significativo con chi assiste e con chi questi luoghi li abita, e soprattutto l’assenza di tracce. Del lavoro di importanti artisti e studiosi cosa rimane? Cosa rimane della forma d’arte più evanescente e “senza opera”? Forse qualche improbabile video, da cui è chiaramente impossibile ricostruire la vera natura dell’evento e quindi a maggior ragione ogni processo creativo. Forse qualche foglio di sala, pieghevoli, materiale pubblicitario, pseudo riviste e così via. Forse qualche recensione.
Fare ricerca significa offrire il proprio percorso, creare delle possibilità di apertura, individuare dei compagni di viaggio con cui condividere gli entusiasmi, le ossessioni, i progetti, le difficoltà. Fare ricerca significa quindi costruire delle relazioni durevoli e profonde.
Ma questo non basta. È un presupposto, un modo necessario di accostarsi alla questione, ma non basta. Fare ricerca significa innanzitutto occuparsi di cose complesse. Occuparsi di veri problemi. Avere il coraggio non solo di mettere in gioco continuamente il proprio lavoro, ma di accettare la sfida che i temi definitivi hanno posto di fronte agli artisti di ogni epoca. Avere il coraggio di uscire fuori dai parametri, in fondo confortanti, che la specializzazione pone come unici riferimenti per la valutazione di un qualsivoglia lavoro. […] La forza del teatro è quella di poter arrivare ad affrontare le questioni fondamentali, non in maniera rappresentativa ma attraverso un’azione. Tutto ciò che esce da questa stretta prospettiva non è che una forma di letteratura. Letteratura recitata, danzata, cantata. Il compito che la ricerca deve assumere è quello di ricercare le radici della natura umana. Allora diventa necessario confrontarsi con il pensiero, con la filosofia, ed è necessario che questo confronto si risolva all’interno del lavoro teatrale, ma che al tempo stesso si sviluppi e dia testimonianza di sé oltre il momento performativo. Diventa necessario il dialogo con i filosofi, con i critici, con gli artisti, ma anche lo studio e l’approfondimento. E tutto ciò merita di essere raccolto, di essere letto, di essere divulgato. Non a sostegno del lavoro di una singola compagnia teatrale, ma come traccia di un progetto culturale che abbia un’identità precisa, un volto chiaro che possa essere riconosciuto.


(C. Tafuri, D. Beronio, Prefazione, in Iid. (a cura di), Teatro Akropolis. Testimonianze ricerca azioni, vol. II, Genova, AkropolisLibri, 2011)

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