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Che la ricerca rappresenti la parte occulta della creazione non vuol dire che sia qualcosa di separato dal reale, che non riguardi tutti. È l’esatto opposto. Dobbiamo essere chiari su questo, dobbiamo ripeterlo e affermarlo con forza. Chi fa ricerca nell’arte (e in tutte le attività umane) garantisce a chiunque la legittimità della propria posizione e del suo superamento, prevede inevitabilmente che la verità sia un concetto da attraversare e ridiscutere e come tale non esista in termini assoluti. Se di valori è opportuno parlare, il valore che ispira ogni ricerca è totalmente, intrinsecamente e mai demagogicamente democratico, anche in considerazione degli esiti più radicali. Anzi, proprio gli esiti più radicali ci danno la misura di quanto la ricerca sappia andare a fondo nel confronto con la vita, rilanciando sempre un nuovo (ma se volete anche antichissimo) approccio alla conoscenza.
La ricerca è il lavoro indefesso che mette in relazione quanto è vivo della tradizione con il presente, è il conflitto costante tra lo stato delle cose e l’inconsistenza del tempo, rappresenta per gli artisti l’occasione di valicare se stessi in un confronto critico e definitivo tra la storia e la propria visione del mondo.
L’opera ne è una traccia, effimera, potente ma sempre fallita, non una verità ma il passaggio, ci ricorda una certa linea di pensiero, verso il nulla. E proprio per questo la ricerca nell’arte è uno dei modi per confrontarsi con le questioni fondamentali di una e, soprattutto, più culture, per intercettare, approfondire e ridisegnare le trame di ogni linguaggio ed evento del contemporaneo.

Clemente Tafuri

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