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VOICE OVER è una struttura coreografica individuale e collettiva che si sviluppa tra consonanze e dissonanze concentrandosi sul senso del movimento. Una voce fuori campo, una voce fuori dal campo uditivo del pubblico, una voce dentro il campo uditivo delle performer, una voce che è parte fondante nella scena. Una voce che aleggia nei corpi evitando il passaggio alle orecchie di chi guarda. Quali sono le parole che dalle orecchie passano in quei corpi nella scena? Quali le istruzioni? Quale il discorso? Tutto ciò non è dato di sapere. 

Paola Bianchi è una delle più importanti coreografe e danzatrici indipendenti italiane. Attiva sulla scena della danza contemporanea a partire dalla fine degli anni Ottanta, con i suoi spettacoli partecipa a festival nazionali e internazionali. Attenta alla teorizzazione delle pratiche corporee, nel 2014 scrive Corpo Politico. Distopia del gesto, utopia del movimento, volume pubblicato da Editoria & Spettacolo. Nel 2020 vince il Premio Rete critica per il progetto ELP. Nel 2020 Clemente Tafuri e David Beronio, curano la regia del film La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro. Paola Bianchi, che restituisce in forma di intervista il percorso artistico della coreografa. 


In residenza a Teatro Akropolis a maggio 2024. 

Ph. Barbara Bertolotti

Paola Bianchi. Voice over

Uno degli aspetti più importanti del lavoro di Paola Binachi è quello di saper portare lo sviluppo delle sue intuizioni artistiche su piani differenti e paralleli, realizzando percorsi spesso distanti tra loro, eppure profondamente connessi nell’unità dell’ispirazione. È il caso del lavoro che ha realizzato a Teatro Akropolis, conducendo la sua ricerca sull’eterodirezione dei movimenti delle danzatrici su due percorsi distinti, uno condotto con le partecipanti ad un laboratorio, l’altro con tre danzatrici professioniste: Barbara Carulli, Sara Cavalieri e Valentina Foschi. Una voce registrata descrive i movimenti da compiere, e viene ascoltata attraverso gli auricolari dalle danzatrici sulla scena. Noi non udiamo che un disturbo, realizzato dal musicista Stefano Murgia, e a tratti alcune interferenze. Ma le interferenze portano le tracce di un significato lontano proprio in mezzo ai corpi in azione (inter-fero), mettendo in discussione qualunque principio di identità. È l’immagine dell’impossibilità reale della riproduzione di un suono, che può essere registrato ma non riportato, e quello che rimane, in fondo, è il fruscio di un nastro non più leggibile. Perché una registrazione non è mai completamente decifrabile, è sempre altro da se stessa. Questo sembra volerci dire Stefano, mentre i corpi delle danzatrici mostrano le loro articolazioni, e questa esposizione insistita diventa l’esibizione della loro dis-articolazione;  si mostrano spezzati in ogni passaggio, anche quelli che apparentemente portano verso una forma, un’elevazione, un movimento che li allontani dal pavimento. Pavimento che è segnato da settori rettangolari numerati, come una pianta catastale o un gioco del pampano. Ancora una volta quello che vediamo ci suggerisce diverse (opposte) direzioni: è uno spazio tecnico o uno spazio ludico? Le luci di Paolo Pollo Rodighero li accendono o li eliminano del tutto, facendo scomparire chi li occupa. L’immagine dei corpi spezzati ormai non permane più, diventa una visione, intermittente come le zone in luce e le interferenze sonore. 

Questa ricca e complessa costruzione ha rivelato pienamente il suo portato nel momento del confronto con il pubblico, estremamente desideroso di confrontarsi con gli artisti. Uno il tema centrale: quello dell’identità. L’identità delle danzatrici attraverso lo straniamento dell’eterodirezione , l’identità delle fonti di ispirazione per il lavoro (testimonianze di sopravvissuti ai campi di prigionia), l’identità di chi assiste di fronte allo sgretolamento del corpo-spazio-suono.

Un confronto che ha portato il lavoro di Paola su un ulteriore altro piano: quello dell’elaborazione dei nodi gordiani che affronta in ogni sua opera in un dialogo aperto.

A cura di David Beronio

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