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L’arte sofisticata dell’artista e fotografa Sarah Moon sono il perno del terzo capitolo della trilogia La questione del linguaggio corporeo e l’arte di A. Mendieta, C. Cahun, S. Moon.

Alessandra Cristiani è performer e danzatrice. Dal 1996 indaga il pensiero e la pratica dell’Ankoku Butoh. Studia danza contemporanea con Moses Pendleton, Giovanna Summo, Domenique Dupuy, Hervè Diasnas; tecniche del mimo trasparente con Hal Yamanouchi; danza butoh con Masaki Iwana, Akira Kasai, Akaji Maro, Tadashi Endo, Ko Murobushi, Yoko Muronoi, Hisako Horikawa, Toru Iwashita, Daisuke Yoshimoto, Yuko Kaseki.. Lavora come solista e, stabilmente, nella compagnia Habillé d’eau diretta da Silvia Rampelli (Premio Ubu 2018 per lo spettacolo Euforia), presentando i suoi lavori in Italia, Polonia, Bosnia, Francia, Stati Uniti.

 

In residenza a Teatro Akropolis a maggio 2024.

 

 

Ph. Barbara Bertolotti

Alessandra Cristiani. Caduta la neve_ da Sarah Moon

Il lavoro condotto da Alessandra Cristiani e Gianluca Misiti a Teatro Akropolis è il terzo capitolo di una trilogia che affronta il tema dell’immagine fotografica in relazione con il corpo in scena. L’elemento centrale è lo sguardo, cioè il processo principe della conoscenza della realtà che ci circonda, per lo meno nella cultura occidentale. Alessandra esplora il rapporto fra lo sguardo del pubblico rivolto alla scena e lo sguardo del fruitore rivolto all’immagine fotografica. Ma c’è un piano ulteriore che entra in gioco, quello dello sguardo del fotografo rivolto al mondo attraverso l’obiettivo, e dello sguardo dell’autrice-performer rivolto al buio della platea, dove incontra lo sguardo invisibile del pubblico rivolto alla scena. Lo stesso spazio scenico non è che un grande occhio, il sipario, che sia o no presente, rappresenta le palpebre che si aprono su una visione di oscurità. Ma cosa accade quando chi è oggetto del vedere si pone come soggetto di una visione? È il caso di Sarah Moon, che intraprende il suo lavoro di fotografa dopo una importante carriera come fotomodella. L’immagine oggetto dello sguardo anonimo del grande pubblico, sulle riviste di moda o nelle pubblicità, prende vita e diviene autrice di scatti fotografici. Alessandra e Gianluca hanno pensato immediatamente all’immaginario della fiaba nera, a quell’elemento perturbante che si manifesta in una successione di quadri come all’interno di un libro. Tornano alla mente le parole di Nietzsche: «Solo in quanto nell’atto della creazione artistica il genio si fonde con quell’artista originario del mondo, il primo sa qualcosa dell’essenza eterna dell’arte; giacché in quello stato egli è miracolosamente simile all’inquietante immagine della fiaba, che può girare gli occhi e guardare se stessa ».

Il bianco della scena diventa la neve di un paesaggio incantato dove il movimento si offre come immagine e il corpo compie le sue azioni avvolto da un suono-sogno che realizza il clima della fiaba. Ma subito tutto cambia, altri sono i protagonisti, altre le figure e i colori, affidati ad un vestito rosso, o all’abito nero di una figura che accenna le posture di un misterioso rituale. Ciò che ci richiama continuamente al nostro stato di spettatori è l’inesorabile scansione del tempo, affidata al suono secco di un metronomo, che suddivide lo scorrere degli eventi in altrettanti scatti, in altrettanti Augenblike che ci costringono ad un continuo distacco dall’incanto di ciò che accade davanti a noi. È una lotta tra l’azione del guardare e la rappresentazione, nella quale l’immagine del corpo viene ricondotta in continuazione al tempo del nostro ascolto, nella quale ci viene impedito di abbandonarci alla fiaba: in cambio godiamo il privilegio di assistere al miracolo dell’immagine che guarda se stessa.

A cura di David Beronio

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