Il Conte di Kevenhüller reinventa il testo poetico di Giorgio Caproni attraverso il teatro dei burattini. Tra comicità grottesca, colpi di scena e atmosfere visionarie, la Bestia antropofaga appare e scompare in un cabaret popolare e raffinato, intrecciando poesia, ironia e meraviglia in un gioco tra visibile e invisibile.
Progetto a cura di Teatro Medico Ipnotico, Andrea Peracchi, Dalia Venti | Vincitore del Premio “Otello Sarzi cent’anni dal futuro. Drammaturgia contemporanea e Teatro di Figura”, edizione 2025, in collaborazione con Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Emilia Romagna Teatro (ERT), ATER Fondazione, Teatro Akropolis e la rivista Dramma.it
Teatro Medico Ipnotico, fondato da Patrizio Dall’Argine e Veronica Ambrosini, è una delle più importanti realtà italiane del teatro di figura contemporaneo. La compagnia ha sviluppato negli anni una poetica inconfondibile che intreccia burattini di fattura artigianale, dispositivi popolari da baracca, drammaturgie originali e una forte attenzione alla dimensione politica e simbolica del teatro di figura. Le loro creazioni – presentate in festival, teatri e musei nazionali e internazionali – uniscono tradizione e sperimentazione, riportando il burattino a un ruolo centrale come figura critica, ironica, perturbante. Il loro lavoro ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
In residenza a Teatro Akropolis ad aprile 2026.
Ph. Sydney Mexea
DIARIO DI BORDO
Dopo l’esperienza de La ballata del daino bianco, Teatro Medico Ipnotico torna a unire le proprie forze con Francesca Bini e Andrea Peracchi ne Il conte di Kevenhüller, da Giorgio Caproni, vincitore del Premio di Drammaturgia Contemporanea di Teatro di Figura 2025 della Fondazione Famiglia Sarzi.
Affrontare la poesia caproniana per il teatro – in particolare quello di figura – non significa semplicemente “mettere in scena” dei versi, ma compiere un’operazione quasi filologica. Il testo di Caproni mira a condensare concetti altissimi in poche parole, in cui la dimensione primaria non è il suono, ma il silenzio, la pausa, la riflessione. Il risultato è un’opera che riesce ad “aprire il tempo”, accodandosi al testo poetico proprio nelle sue sospensioni e nei suoi respiri.
Il fulcro tematico si concentra sull’indagine del male inteso come “semenza maligna” originaria. Per la compagnia essa si annida negli automatismi quotidiani, nelle banalità e nei luoghi comuni. Ed è qui che la scelta del burattino si fa politica e poetica insieme: il luogo comune per eccellenza, dopotutto, vorrebbe il burattino relegato a puro strumento di intrattenimento infantile, invece lo vede sul palco con in mano concetti estremamente alti e di universale valore. Lo spettacolo scardina questa prassi. Ogni movimento dei corpi di legno in scena mira alla “sbanalizzazione”, a una strenua resistenza contro l’automatismo coreografico e concettuale.
In questo microcosmo fatto di pura artigianalità, due sono i personaggi maggiormente perturbanti: la Bestia – che tanto poco si vede quanto più se ne percepisce la gravità narrativa e morale, una grande minaccia invisibile – e la Bambola, elemento di valenza rituale: usata come esca tanto per i cacciatori di taglie quanto per, appunto, la Bestia, essa diventa una “santa” agli occhi dei burattini, l’incarnazione di un desiderio profondo di tornare all’immobilità primordiale e alla metafisica. Ad arricchire questa complessa architettura visiva intervengono gli intermezzi con le bambole umane, che portano sul palco il tema speculare e perturbante del desiderio dell’oggetto di farsi uomo e, forse, viceversa.
L’atmosfera che si respira è quella dell’equilibrio, che riesce a unire la solennità del tema di fondo con il buffo, l’ironico e il divertente. Affidare un testo di questo livello e un tema così pregno di significato a dei burattini di legno non ne sminuisce la portata, ma ne accentua l’efficacia: il burattino e la bambola si rivelano per ciò che sono intrinsecamente, ovvero oggetti profondamente perturbanti.
Questa prima restituzione del lavoro lancia un messaggio potente che risuona nello spettatore ben oltre la chiusura del sipario: non bisogna mai sottovalutare i pupazzi. Teatro Medico Ipnotico, Bini e Peracchi ci ricordano che il teatro di figura, quando è innervato di autentica poesia, non è affatto “roba da bambini”, ma uno degli specchi più lucidi e spietati dell’animo umano.
