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Stuporosa prende come riferimento il saggio Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino per portare avanti una ricerca coreografica sul cosiddetto pianto senz’anima, sulla figura della lamentatrice. Il titolo stesso del progetto è una citazione di De Martino: stuporosa è l’ebetudine, quello stato di catatonia che può manifestarsi nel tentativo individuale di superare il lutto per la perdita di una persona cara. Una riflessione sull’atto del pianto, sullo stato di lutto e sull’importanza di un rituale funebre – religioso o laico che sia – per dare un senso alla morte.

Francesco Marilungo è danzatore e coreografo. Frequenta l’Atelier di Teatrodanza presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Dal 2010 viene a contatto con danzatori e coreografi di fama internazionale – Lisa Kraus ed Elena Demyanenko (Trisha Brown Dance Company), Julie Anne Stanzak, Juliana Neves e Quan Bui Ngoc (Les Ballets C de la B), Masaki Iwana, Gabriela Carrizo (Peeping Tom), Yasmine Hugonnet, Jan Fabre, Gisele Vienne e Romeo Castellucci. Negli anni, lavora come performer per Enzo Cosimi, Mara Cassiani, Antonio Marras, Jonathan Burrows/Matteo Fargion e Alessandro Sciarroni.


Progetto vincitore del bando Cura 2022

In residenza a Teatro Akropolis a febbraio 2023.

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Ph. Luca Donatiello

Francesco Marilungo. Stuporosa.

Spesso quando pensiamo ad un teatro, pensiamo ad un luogo accogliente, dove si può lavorare e dove si può trovare il giusto tempo e il momento adatto per coltivare una ispirazione. È quello che si vede guardando Francesco Marilungo e le sue danzatrici, si capisce da come parlano tra loro, da come provano i passaggi coreografici insieme o da sole, dall’intesa con Vera, che è musicista ma lavora in scena anche come danzatrice. Ma c’è di più, c’è anche qualcosa che ribalta l’intimità del lavoro in sala su un altro piano, su un piano molto più profondo e molto più critico. Qualcosa di stupefacente, la stuporosa ebetudine di cui parla Ernesto De Martino, che dà il titolo allo spettacolo. E ciò che ci spiazza è che Francesco sta lavorando sulla morte, sull’idea di morte mediata attraverso la tradizione delle prefiche, delle donne che piangono ai funerali, perpetuando una ritualità di origine precristiana che in alcune zone d’Italia è arrivata fino ad oggi. I gesti, le posture, i ritmi che la pratica del pianto rituale riporta diventano il punto di partenza per il lavoro coreografico. Ma perché la morte, raccontata attraverso il lutto e la sua ritualità, è così spiazzante? Perché la morte è lontana: durante la pandemia siamo arrivati all’eccesso  per cui le persone morivano da sole in ospedale, senza che la famiglia, o la comunità, potessero in alcun modo partecipare. 

La morte ci viene comunicata attraverso i numeri delle vittime di guerre e catastrofi naturali. La morte è sempre presente nelle foto dei cadaveri, eppure è sempre assente perché i cadaveri sono coperti da un lenzuolo bianco o infilati in un sacco di plastica. La morte riguarda sempre qualcun altro, e proprio per questo viene usata per consolare noi che la guardiamo da lontano. Non solo, anche la colpa delle morti è sempre di qualcun altro: di una società iniqua, ma noi ci indigniamo e lotteremo per migliorarla; di un evento naturale causato dai cambiamenti climatici, ma noi ci impegneremo per salvare il pianeta; di una guerra ingiusta, ma noi sosterremo chi lotta per la libertà. La morte non è più un momento di crisi che richiede una consolazione, ma diventa essa stessa consolazione. 

È da questa distorsione che ci strappa il lavoro di Francesco, da questo orrore parte il lavoro di Stuporosa. Non si tratta di riprendere un rito funebre, si tratta di restituirci una fortissima spinta alla vita proprio nel confronto con la morte, quella che ci riguarda da vicino,  quella che pretende un tempo diverso da quello della nostra alienazione quotidiana: prima quel tempo era il periodo del lutto, ora è il tempo che ci viene chiesto per assistere ad una performance, il tempo durante il quale si può depositare un po’ di quella autenticità che sta alla base della lunga ricerca che ha condotto Marilungo, e che oggi lo porta a mostrarci una tappa di questo cammino.

A cura di David Beronio

Teatro akropolis
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