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L’arte non è un mezzo di fuga, ma un laboratorio performativo e performante dove il corpo si espone, mette in scena le sue latenze, l’intuizione di nature altre. Quale sprofondamento corporeo può essere convocato per facilitare l’emersione di nodi vitali, zone porose? Se non ci fosse la negoziazione dell’atto della comunicazione, chi avrebbe il coraggio di annunciare i propri demoni, i propri angeli?

Alessandra Cristiani è performer e danzatrice. Dal 1996 indaga il pensiero e la pratica dell’Ankoku Butoh. Studia danza contemporanea con Moses Pendleton, Giovanna Summo, Domenique Dupuy, Hervè Diasnas; tecniche del mimo trasparente con Hal Yamanouchi; danza butoh con Masaki Iwana, Akira Kasai, Akaji Maro, Tadashi Endo, Ko Murobushi, Yoko Muronoi, Hisako Horikawa, Toru Iwashita, Daisuke Yoshimoto, Yuko Kaseki.. Lavora come solista e, stabilmente, nella compagnia Habillé d’eau diretta da Silvia Rampelli (Premio Ubu 2018 per lo spettacolo Euforia), presentando i suoi lavori in Italia, Polonia, Bosnia, Francia, Stati Uniti.

 

In residenza a Teatro Akropolis ad aprile 2023.

 

 

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Ph. Sydney Mexea e Luca Donatiello

Alessandra Cristiani. Lingua – Da Claude Cahun.

Il passaggio di Alessandra Cristiani a Teatro Akropolis, è avvenuto con una sua residenza insieme a Gianni Staropoli, light designer con il quale il lavoro di Alessandra si è sviluppato in particolare sul rapporto del corpo rispetto allo spazio. I momenti di condivisione del pensiero, come le suggestioni tratte dalle foto di Claude Cahun, talvolta portano a delle vere e proprie sorprese. Il quadro che Alessandra ha proposto nel momento di restituzione al pubblico è stato motivo di stupore, perché lì si poteva ritrovare tutto il suo talento e la sua intelligenza artistica, e perché il tema da lei proposto, quello del paesaggio, è apparso in modo straordinariamente vivo. Ma anche complesso e risolto. Il lavoro sulle posture “culturali” che richiamano alla storia dell’arte, che diventano posture “naturali”, cioè non leggibili attraverso una iconologia immediata, porta chi guarda ad essere effettivamente lo spettatore di un paesaggio. Che lentamente muta fino a modificare la sua natura convessa e curvilinea in una nuova concava e spigolosa, che invece di respingere chi guarda lo intrappola. E tutto ciò avviene quando Alessandra, che si presenta di spalle, si volta di prospetto al pubblico. 

Le uniche vie per cercare di entrare nella natura, per tentare di comprenderla, sono il logos e l’eros. Ma sono anche le uniche vie per fuggirne, per superare l’angoscia che la natura suscita in noi. Nel paesaggio evocato da Alessandra Cristiani queste vie sono ostruite, gli occhi e la bocca, le porte del logos, sono coperti da un nastro. Il sesso, la porta dell’eros, è coperto da un nastro adesivo nero anch’esso. Il paesaggio che si ribalta, il corpo di Alessandra che lentamente si volta verso di noi, non offre via di fuga, non consente nessuno scampo. Anche se Alessandra si volterà nuovamente di spalle, se le strisce di nastro adesivo non saranno più visibili, ormai è impossibile uscire dalla visione che ha evovcato.
Questo materiale è molto provvisorio e chissà se entrerà nella versione definitiva del lavoro. Eppure è efficace, un autentico gioiello. È un haiku e un sonetto ad un tempo.

A cura di David Beronio

Teatro akropolis
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