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Dall’altra parte, è liberamente ispirato all’opera teatrale di Ariel Dorfman, in cui viene affrontato il delicato tema della guerra e del senso di smarrimento dell’uomo contemporaneo, mettendo in scena la storia di Atom e Levana, una coppia che vive in una piccola casa di campagna sotto le bombe di due paesi confinanti.

Silvia Battaglio è performer, regista e formatrice che lavora stabilmente con la compagnia di teatro danza Zerogrammi. Laureata in Scienze Sociali nel 1999 presso l’Università degli Studi di Torino, studia danza classica per dieci anni presso la scuola diretta da Sara Acquarone, ampliando gli studi coreutici con Simona Bucci, Adriana Borriello, Roberto Castello, Michela Lucenti, Abbondanza/Bertoni. Contestualmente conclude nel 1998 il Corso in Laban Movement Analysis a Bologna presso il centro Art Therapy Italiana, per poi diplomarsi nel 2002 alla Scuola di formazione superiore per attori – ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione Teatro Nazionale. I suoi lavori, spesso rivisitazioni di opere teatrali classiche e contemporanee, sono orientati all’esplorazione di tematiche quali il femminile, l’identità, la famiglia, il potere e la diversità.


Progetto vincitore del bando Cura 2023

In residenza a Teatro Akropolis a settembre 2023.

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Ph. Sydney Mexea

Silvia Battaglio. Dall’altra parte.

In questo lavoro, condotto sulla scena con la danzatrice Amina Amici, Silvia Battaglio prende le mosse dal dramma di Ariel Dorfman, nel quale una coppia attende il ritorno del figlio partito per la guerra. Si tratta quindi di mettere in scena un’assenza, e per rappresentarla Silvia ha scelto il linguaggio del teatro di figura, affidando ad una composizione di abiti e scarpe il personaggio del figlio assente. Il lavoro a Teatro Akropolis ha visto una progressiva asciugatura degli esiti scenici di questa scelta, fino a far scomparire quasi completamente la costruzione di un personaggio-figura in favore di una più sottile evocazione, affidata a pochi elementi concreti. La scelta non è stata quella di animare alcuni oggetti, ma piuttosto di affidare loro la custodia di una presenza fantasmatica, evocata del movimento coreografico dei corpi delle due danzatrici. Il capo di vestiario diventa così il correlativo oggettivo di  un corpo assente, lo evoca ma al tempo stesso lo spinge al fondo di una distanza incolmabile e drammatica: quella di un ritorno che non avviene mai, di un’attesa che anima speranze e preoccupazioni, ma che proprio nell’inesorabile inorganicità di un tessuto o di una scarpa rivela tutta la sua inconfessabile disperazione. La costruzione della scena evoca l’interno di un ambiente senza tempo, dove gli oggetti sono incoerenti per stile e per epoca, e l’elemento realistico introdotto dall’allestimento viene continuamente contraddetto del linguaggio della danza, che ci riporta ad ogni passaggio ad uno spazio chiuso, come se la casa della coppia fosse un luogo interiore, da cui il mondo esterno (lo spazio del possibile ritorno del figlio) è tenuto al di fuori. Il ritorno del teatro di figura avviene paradossalmente sui corpi delle due danzatrici, che affidano un momento onirico a maschere realizzate con un semplice foglio di carta dove sono tracciati i tratti di un viso con uno stile infantile, quasi come se fossero stati fatti da un bambino. Un bambino assente (il figlio partito per la guerra?) che trasforma i genitori in due pupazzi senza identità, con i visi completamente inespressivi, che creano un sublime contrasto con la potenza dei corpi danzanti.

A cura di David Beronio

Teatro akropolis
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